Volontà e buon umore,
effetti collaterali


Roma 15 maggio 2020,
all’inizio del 60° anno di età


A considerare fondamentale il ruolo della volontà si fa centro, quasi sempre.

Spesso mi chiedo come faccia qualcuno dei miei cari amici con disabilità fisiche ad essere, nonostante tutto, sempre carico e con l’umore al massimo. Un esperto di psicologia potrebbe spiegare che si tratta del rovescio della medaglia di una profonda sindrome depressiva, cioè è il tentativo utopico di risolvere l’impossibile.

Non è così per tutte le persone disabili.

Nelle condizioni più favorevoli, i fatti raccontano che l’inquietudine positiva è tale che per sovrastare e sconfiggere le molteplici ragioni che producono tristezza, dolore e sofferenza, in qualche individuo scaturisce e irrompe la vitalità fino al punto di riuscire a trasfigurare nel suo animo e in quello di vicini e conoscenti qualsiasi sentimento di pena o commiserazione nei propri confronti. Ed anzi, il suo atteggiamento prorompente e dirompente fa insorgere in noi amici e conoscenti sentimenti di stima e ammirazione, affetto e solidarietà. Talvolta anche invidia e vergogna, come quando intuiamo di aver volutamente dimenticato di poter contare sulla medesima forma di energia interiore, che è donata a ciascuno, indipendentemente dalla condizione fisica in cui si trova ad esistere.

D’altra parte, infatti, basta guardarsi ancora intorno per scoprire un altro amico che stenta a sorridere, innanzitutto a sé stesso e altrettanto a me e ai suoi vicini, a causa di una sorta di impedimento a cogliere le possibili risposte alla rabbia ed alla tristezza; ed allora siamo sollecitati a considerare con onestà che secondo noi non avrebbe alcun motivo per rattristarsi e vivere da infelice, mentre in pratica non decide di prendere la vita per il verso giusto per egli stesso: per esempio, cominciando col guardare al famoso bicchiere mezzo pieno.

Con lui, non ci riesce affatto facile provare a testimoniare la nostra gioia di essere vivi e di poter scegliere liberamente e responsabilmente come rispondere con positività ad ogni evento, in ogni istante della nostra esistenza, ad es. facendo leva su tutte le bellezze che possiamo riscoprire in noi stessi e che possiamo valorizzare per il nostro benessere e per quello dei nostri vicini.

Mi sembra ingiusto che gli occhi e il cuore di un amico possano essere talmente annebbiati da credenze erronee, così radicate nel suo animo e sedimentate nel corso del suo vissuto, da impedirgli di scegliere di risorgere ogni giorno a vita nuova.

Proprio così: quel salto iniziale di fiducia in sé stesso e in chi gli vuol bene spesso sembra per lui impraticabile. Paure di scoprire di aver sprecato opportunità per tanto tempo e di doversi perdonare per aver indugiato a crogiolarsi nella vana speranza di suscitare pena e poter ricevere dagli altri ciò che invece solo lui può darsi; e che può darsi tutto ciò di cui necessita perché lo possiede già intimamente, avendolo ricevuto in dono con la stessa vita.

Quasi preferirebbe continuare nell’errore, nella sofferenza, pur di non dover ammettere di avere “toppato”.

Un detto spagnolo recita: meglio un mal conosciuto che un bene da conoscere. Per quanto ancora vorrà cedere a quelle arcinote credenze che gli impediscono di rinnovarsi?

Secondo me il buon umore è pienamente titolato ad essere presente in queste considerazioni. Perché a mio avviso l’atto di volontà, di fiducia, di slancio iniziale e quotidiano, si nutre anche e soprattutto di buon umore e viceversa il buon umore è frutto di atti di umiltà e di volontà necessari a ravvivarne l’efficacia. La propensione volontaria a guardare al bicchiere mezzo pieno, ad alimentare l’allegria, ad esprimere tutta la saggezza umana sono elementi noti da tempi immemorabili, in virtù dei loro effetti benefici.

Chi esercita, sperimenta e determina buon umore e allegria ne conosce bene gli effetti, sa bene che essi costituiscono un nettare per un’esistenza felice.

Giovanni